
Dopo 14 mesi di indagine sul campo abbiamo concluso la prima fase e siamo pronti a procedere.
Abbiamo raccolto le testimonianze di alcune residenti del quartiere Crocetta che hanno raccontato la loro esperienza.
La storia di questa periferia milanese è costruita sui flussi di migrazione. E oggi la realtà presenta un divario culturale e generazionale. Due mondi distinti: la vecchia generazione di migranti italiani e la nuova generazione di migranti stranieri.
La mancanza di strumenti in grado di mettere in comunicazione le due comunità crea un vuoto colmato dal degrado urbanistico e sociale. Le conseguenze si traducono in conflitti interni alla popolazione residente che non riesce a trovare un punto di incontro. La situazione attuale è quindi il risultato dell’assenza di reali politiche sociali efficaci. Come è emerso dall’indagine sul campo, quindi, non è questione di “destra” o “sinistra”, ma piuttosto di una incompetenza generalizzata aggravata da un’informazione politicizzata.
INTERVISTA ALLE DONNE DEL CENTRO CIVICO PER ANZIANI
Il quartiere Crocetta è una realtà diffusa a macchia d’olio in tutto il territorio nazionale. Diventa perciò obbligatorio studiarla e comprendere le dinamiche per trasformare i dati raccolti in strumenti efficienti a disposizione degli addetti ai lavori.
“All’inizio non piaceva tanto questa sistemazione, perché non conoscevamo Cinisello. Poi invece ci siamo affezionati come accade per tutte le case in cui si va ad abitare. C’è un pezzo di vita dentro. Nonostante l’aspetto esteriore, per noi deve essere giusto che sia una reggia”, racconta una signora del Centro Civico per anziani del quartiere. Ha riunito tutte le donne con cui condivide l’esperienza di migrazione e ci ha invitati ad ascoltarle.
Sono tutte italiane, arrivate negli anni ’60 quando i centri industriali del nord Italia iniziarono ad attirare la popolazione delle campagne.
“Era una corsa a trovare un pezzo di pane”, raccontano.
Come accade per i migranti stranieri oggi, anche loro hanno vissuto le stesse discriminazioni: “Ho provato sulla pelle sentirsi rispondere dai milanesi ‘non si affitta ai meridionali’ e questa è una cosa terrificante”, sottolinea una donna. Ricorda ancora il biglietto con quella scritta. “Anche sui giornali, quando mettevano l’annuncio, sottolineavano ‘non ai meridionali’ e tutti se lo ricordano”, conferma un’altra signora.
Le dinamiche psicosociali che si innescano all’interno di una comunità davanti allo “straniero” – che in questo caso arrivava dallo stesso Paese, ma da una Regione diversa – sono uguali per tutti. E’ una reazione di auto-difesa che si attiva per paura. L’ignoranza, intesa come mancanza di informazioni, alimenta il divario che si crea tra i membri che fanno parte della comunità e quelli che non ne fanno parte.
Il processo di integrazione è quindi una questione di informazioni.
“Noi abbiamo vissuto la discriminazione e non discriminiamo nessuno. L’importante è che si comportino bene”, raccontano le signore del Centro Civico per anziani. Con i migranti che provengono dai Paesi esteri però, queste dinamiche si complicano perché le differenze sono estremizzate.
Il degrado evidente che è ormai diventato intollerabile, è il sintomo di una mancata integrazione. La condizione perfetta per la criminalità organizzata, che in questo ambiente può reclutare persone in stato di difficoltà psico-economica per ampliare la propria rete.
L’isolamento, fattore determinante del processo di ghettizzazione, è una delle principali cause da analizzare.
“Io parto dal presupposto di culture diverse che vanno messe assieme – afferma una signora e continua – bisognerebbe fare un’educazione civica a partire dalle scuole. Prima si faceva. Ora non si fa più”.
Chiediamo allora se c’è uno scontro tra italiani e stranieri: “No. E’ una questione di sovrappopolazione che si trasforma in intolleranza. Ci sono delle persone che vivono di espedienti e per combinazione sono qua. Ci sono dei palazzi dove il proprietario affitta l’appartamento a una persona, ma entrano in 18 a vivere. Quei poveracci che vanno dentro a dormire anche per una notte vengono sfruttati. E si crea come un ghetto. Il degrado poi porta degrado”.
RIQUALIFICAZIONE QUARTIERE CROCETTA
La discussione relativa ai progetti di riqualificazione dell’area sembra rimanere interna alla politica ma i residenti, che dovrebbero beneficiare dei lavori, non sono del tutto informati. “Ci chiediamo perché ancora non venga fatta. Ce ne parlano soltanto quando ci sono le votazioni, ma non sappiamo nulla di più”, affermano.
Le idee in merito al dibattito si rivelano confuse: “Ce ne hanno parlato vagamente”, dice una signora del gruppo. “Ci chiediamo perché non facilitino la vita delle persone anziane. Noi siamo invecchiati e ci hanno abbandonati. Siamo isolati in tutti i sensi. Abbiamo lottato tanto anche per tenerci questo Centro Civico. Volevano fare un parcheggio e non avevamo nemmeno una panchina per sederci”.
La demografia di questo quartiere rifletta la situazione nazionale. L’Italia è il Paese europeo con la percentuale più alta di persone over 60 e il degrado urbano mette in serio pericolo la mobilità di una grande fetta dei residenti: “Non ci ascolta nessuno”, dicono.
Subentra però un altro problema: “Noi non abbiamo più le forze per combattere. I giovani potrebbero lottare al nostro posto, ma la maggior parte sono stranieri e a causa della legge, che non li fa sentire italiani, non si sentono coinvolti. Invece di fare manifestazioni con le bandiere, la politica dovrebbe creare qualcosa per farci incontrare – spiegano e concludono – qualcosa che avvicini le due comunità. Purtroppo hanno costruito muri. Noi invece abbiamo bisogno di ponti”.


Il divario quindi è culturale e generazionale. L’incontro tra la vecchia generazione di migranti italiani e le nuove generazioni di migranti stranieri potrebbe perciò agevolare la trasmissione di quelle informazioni che mancano per disinnescare il sistema di auto-difesa e dare inizio a un processo di integrazione reale. In questo modo i giovani residenti stranieri potrebbero avere più interessi a partecipare alla vita sociale del quartiere. E di conseguenza a portare avanti le lotte che gli anziani residenti italiani non riescono più a combattere.