ANALISI DEI FLUSSI MIGRATORI: PAESI SICURI E NON SICURI, DIRITTO DI NON EMIGRARE, AUTODETERMINAZIONE DEI PAESI AFRICANI

L’emigrazione di massa proveniente dagli Stati extracomunitari porta con sé le conseguenze di politiche internazionali fondate sullo sfruttamento delle materie prime dei Paesi di origine che si riflettono nei Paesi di destinazione.

La politicizzazione dei flussi migratori, che ha tracciato un confine fittizio tra buoni e cattivi, ha censurato la realtà così come si presenta, alimentando un conflitto civile che sembra non avere cause e responsabilità.
Per analizzare i flussi migratori è quindi necessario depoliticizzare il punto di vista dell’osservazione e distaccarsi dalle dinamiche di partito per riportare i fatti oggettivi.

Abbiamo intervistato Mina Beshai, coordinatore egiziano delle unità abitative di accoglienza Civitali – Preneste (Milano). Ex ospite di un centro di accoglienza, ha intrapreso la carriera nel terzo settore e oggi lavora con il Caf patronato MCL circolo Crocetta di Cinisello Balsamo.

“Se definiamo un Paese sicuro perché lo vediamo da fuori, dentro potrebbe non esserlo. In molti casi, all’interno, ci sono grandi famiglie che controllano il territorio dove è difficile entrare. Parliamo di famiglie che hanno radici storiche, di generazione in generazione. Esattamente come accade in Italia. Ci sono zone, quartieri, palazzi, dove è pericoloso entrare. Tante volte invece, consideriamo uno Stato non sicuro quando in realtà è sicuro”, afferma Beshai.

L’esempio più realistico è la ‘ndrangheta. L’Italia è un Paese definito “sicuro” anche se c’è la mafia.

“Qualcuno potrebbe dire che la Calabria non è una zona sicura ma dipende dalle persone che trovi. E’ la popolazione che rende un Paese sicuro o non sicuro – spiega il coordinatore delle unità abitative di accoglienza. Continua poi parlando del suo Paese di origine, l’Egitto: “Per prima cosa bisogna valutare il motivo della richiesta di asilo, quindi la situazione individuale. Ultimamente non stanno rilasciando lo status di rifugiato al 99% degli egiziani che stanno arrivando. Persino la questura di Milano, adesso, tante volte non accetta nemmeno la prima domanda”.

Perché, allora, chi proviene dai Paesi sicuri sceglie di farlo illegalmente?, domandiamo.

“Noi, prima, sceglievamo di emigrare per cercare la ricchezza anche se avevamo la nostra. Avevamo tanto, ma volevamo di più. Chi emigra normalmente? Chi parte? Non partono i poveri. Partono i benestanti, legalmente e illegalmente. Se uno ha un po’ di soldi riesce a ottenere il visto in tutte le parti del mondo”, racconta Beshai.

Parliamo di corruzione e del sistema burocratico che impedisce alla maggioranza delle popolazioni extracomunitarie di accedere ai documenti richiesti per emigrare regolarmente.

“Nel mio lavoro lo vedo. C’è gente che è venuta in areo con la classe business, altri invece con la barca. Chi è arrivato illegalmente aveva abbastanza soldi per pagare il viaggio, ma non per ottenere i documenti. Tante volte queste persone hanno delle proprietà nel loro Paese e decidono di vendere tutto per partire. Chi invece è abbastanza ricco per ottenere il visto turistico può permettersi di emigrare legalmente. Se l’obiettivo è rimanere in Italia, dopo i 90 giorni previsti dalla legge chiede asilo per non diventare un clandestino. La scelta tra la legalità e l’illegalità è economica. I poveri però rimangono lì”.

Chi scappa da un Paese non sicuro a causa di una guerra, invece, è costretto a scegliere la via illegale perché gli apparati statali non sono operativi.

“Io ho quattro anni di esperienza alle mie spalle in vita comunitaria e migratoria- racconta Mina Beshai e continua – Lavorare in questo settore è difficile perché quando si parla di un essere umano bisogna fare delle scelte. Se uno fa questo lavoro solo per soldi non soffre, ma se lo fa con il cuore rimane deluso”.

E’ difficile parlare delle difficoltà che i professionisti del settore incontrano quotidianamente perché ogni parola potrebbe essere interpretata politicamente a destra o a sinistra. Per questo motivo è sempre obbligatorio sottolineare il professionismo di chi svolge questo lavoro.

“Rimani deluso dal sistema, dagli ospiti, da tutto – continua il coordinatore delle unità abitative di accoglienza e aggiunge -A volte capita di arrabbiarsi perché (gli ospiti) non ti capiscono, ma sei tu il primo a dover capire loro. Un altro problema è che quasi nessuno vuole fare questa professione. E per lavorare nelle migliori condizioni è necessario avere una rete di collaborazione solida ed efficiente”, racconta Beshai.

La formazione e la competenza sono fondamentali per tutte le figure professionali a contatto con questa realtà così complessa. Le conseguenze di politiche incoerenti e disoneste, da una parte e dall’altra, hanno però aggravato la gestione dei flussi migratori. E un’informazione estremamente politicizzata, sia a destra che a sinistra, non fa altro che alimentare rabbia e degrado.

“E’ giusto che i nostri figli vadano in altri Paesi a lavorare? No. Qualcuno combatte per il diritto di non emigrare. Sono pochi, però. E hanno poco potere”, afferma Beshai.

La consapevolezza inizia a crescere tra i migranti e le nuove generazioni. I movimenti panafricanisti, con fatica, stanno cercando di far sentire la propria voce all’interno di una narrazione che vede gli immigrati solo come vittime che hanno bisogno di essere salvate o come nemici da combattere.

Nonostante il degrado e la rabbia, questa situazione sembra essere “sostenibile perché a qualcuno conviene che sia sostenibile” spiega il coordinatore delle unità abitative di accoglienza: “In Italia abbiamo una maggioranza oltre i sessant’anni. Chi mantiene queste persone? La domanda è: chi mantiene l’Europa? La manodopera a basso costo. Se non ci sono i giovani, dove andiamo a prendere i soldi? Il settore agricolo chi lo manda avanti? Andiamo a comprare in altri Paesi e aumentiamo il debito pubblico?”.

Non solo il settore agricolo, ma anche quello domestico è inserito all’interno delle stesse dinamiche: “Ogni settore ha un suo bacino di immigrati per sopravvivere”, conferma Beshai.

E’ proprio questo il principio su cui si basa l’immigrazione economica.

In qualche modo la Sinistra italiana – che nell’immaginario collettivo rappresenta i “buoni”- ha sempre difeso una causa fittizia a favore del consenso politico: “Questo non ha portato e non porta nulla agli immigrati, ma agli italiani sì”, afferma Beshai.

La narrazione infatti dà per scontato che gli immigrati votino a sinistra. La realtà dei fatti è che una fetta della popolazione di origine straniera in Italia ha votato Giorgia Meloni, e non la sua classe dirigente.

La politica sull’immigrazione della Presidente del Consiglio – e non la propaganda del suo partito politico – sembra focalizzarsi sull’autodeterminazione degli Stati africani in linea con i movimenti panafricanisti. Più volte, pubblicamente, ha espresso la volontà di vedere “l’Africa libera” dai suoi colonizzatori europei.

“Prima che Giorgia Meloni salisse sul suo palco, ho notato che tantissimi stranieri l’hanno votata. Come in ogni azienda, però, sia dall’alto che dal basso c’è qualcuno che mette i bastoni tra le ruote. Lei non decide da sola e non può fare quello che vuole fare da sola”, spiega Beshai.

L’Italia infatti non ha ancora un peso specifico tale per poter dettare legge e come in un gioco, anche nelle politiche internazionali ogni Stato deve giocare la sua partita. Alcune scelte sono fortemente a rischio di infiltrazioni mafiose. E i compromessi che l’Italia (e non solo) deve fare rientrano in dinamiche criminali dove non esiste la dicotomia “giusto e sbagliato”.

Esiste solo la legge del più forte economicamente e militarmente. Relazioni legittimate dal beneficio del crimine, dove il più debole è costantemente sotto ricatto e a rischio di ripercussioni ai danni delle popolazioni.

Una scala di potere gerarchica dove a capo ci sono le potenze egemoni che definiscono gli “amici e i nemici”. Una mafia geopolitica che ancora non è mai stata riconosciuta giuridicamente da nessun ente internazionale, ma che continuiamo a chiamare “politica internazionale” giustificando qualsiasi atto criminale contro l’umanità.

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